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L’esempio della città storica

Aggiornamento: 15 ott 2021


Penso che il silenzio dell’opinione pubblica sull’architettura, solo interrotto dal clamore per qualche sensazionale stranezza delle sue forme, sia in gran parte dovuto alla perdita del suo valore urbano, alla dissoluzione della ‘città storica’ come fatto collettivo nella miriade di fatti privati della ‘città moderna’, intendo qui dire della periferia costruita nel dopoguerra.




Sono scomparsi i luoghi pubblici – la strada, la piazza, la corte, il giardino – che per secoli hanno regolato la costruzione dei luoghi privati, fondamentalmente della casa d’abitazione, nella città europea. La ‘città moderna’ è diventata una somma di case isolate, la cui dimensione e forma dipendono da lotto di pertinenza e dal gusto estetico di costruttore e abitante; le aree libere sono frammentate in fazzoletti verdi e piazzole di parcheggio, che valgono a garantire la dovuta distanza fra le case e delle case dalle strade. Tante case e ben poca città, si potrebbe dire. L’esito più noto della critica alla ‘città moderna’ è la riscoperta della città storica, di ciò che essa può insegnare per migliorare la qualità urbana dell’architettura.


Fra le città europee, Berlino, città a me particolarmente nota, è da oltre trent’anni il più grande laboratorio di sperimentazione della lezione della città storica: sia nella cosiddetta “ricostruzione critica” delle aree centrali distrutte dalla guerra e rimaste inedificate per i quarant’anni in cui la città è stata divisa, sia nella nuova costruzione delle aree di espansione. e. I piani urbanistici che hanno promosso la costruzione di una periferia ‘senza luoghi’, sono stati sostituiti da una serie di progetti urbani – i cosiddetti master plan, spesso acquisiti attraverso concorsi di architettura – che prefigurano un tessuto edilizio di strade, piazze, corti e giardini, analogo a quello della città storica.


L’edificazione continua che definisce i diversi luoghi pubblici è ripartita in tante piccole unità edilizie, corrispondenti alle diverse case. Spetterà ad altrettanti architetti, scelti da diversi committenti, futuri abitanti o investitori che siano, il progetto della loro facciata e spazio interno. Forme anche profondamente diverse, una accanto all’altra, sono il segno del pluralismo linguistico dell’odierna architettura, piuttosto che di un diverso tempo di ciascuna costruzione. Ritengo che queste esperienze dell’urbanistica berlinese possano essere un utile esempio per ripensare quella vicentina nella prospettiva di un miglioramento del valore urbano, civile e collettivo, non da ultimo anche estetico, dell’architettura.




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