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LA PESTE DEL 1576



Durante la pestilenza Veneta del 1576, i veneziani sospettati di contagio dovevano recarsi al Lazzaretto Nuovo e mettersi in “quarantena” per almeno 20 giorni. Poiché lo spazio a disposizione era ridotto e insufficiente, i ricoverati vivevano sulle barche ormeggiate, almeno tremila natanti di ogni specie per diecimila persone.





Un cronista del tempo, Sansovino Francesco scriveva, l'isola “sembrava una armata che assediasse una città di mare”. I contagiati, per lo più povera gente, venivano sfamati a spese della Repubblica Serenissima, ogni giorno l'impressionante città galleggiante aumentava di cinquanta imbarcazioni. I nuovi arrivati erano accolti con applausi, a loro veniva detto “state di buon animo, perché qui non si lavora, è il paese della cuccagna”. La Repubblica e le altre città Venete, strette nella morsa di una terribile epidemia, dava un esempio di carità cristiana.


Il Lazzaretto nuovo, era comunque un luogo di angoscia e di attesa della morte, era comunque raffigurato come l'Eden, il Paradiso, ove il cibo quotidiano era ottenuto senza dolore né sudore. A Vicenza, il lazzaretto fu istituito nel 1259 per curare i colpiti dalla peste, fu costruito vicino alla chiesa di San Giorgio di Nazareth fuori città in località Gogna conosciuta anche come strada della Miranda (toponimo 1821). Il Comune nominava un Governatore, un economo, chirurghi e assistenti. Scomparso il morbo, l'edificio veniva adibito ad ospedale degli infetti ed isolato. Più tardi fu costruita una nuova sede a Borgo Casale.


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